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Il corpo – lo vuoi ascoltare o no?? di Barbara Nalin e Noemi Fiorentino

“Noemi, ho scritto un articolo! Lo trovi su Messenger”

Ultimamente Barbara lo fa sempre più spesso, prende l’iniziativa. Qualcosa scatta in lei e decide di agire. Scrive, produce, analizza, smembra, inventa. E’ un piacere leggerla sempre, così come questa volta. Ed ecco che lascio spazio alle sue parole, a cui seguirà una mia piccola riflessione.

“Il corpo ci parla! E il mio mi ha parlato incessantemente per queste ultime settime da post eclissi. Per quanto abbia provato a zittirlo, a soffocarlo, a ignorarlo, a sgridarlo addirittura, l’universo mi proponeva una sfida dietro l’altra. Ma cominciamo dall’inizio. Dapprima c’è stato un bell’abbassamento di voce a cui però ho prestato poco valore, poi è stata la volta di un dolore alla spalla così lancinante da non permettermi neanche di sollevare il braccio, anche a quello non ho voluto dare ascolto, mi sono imbottita di antidolorifici e sono andata avanti come se niente fosse, ma l’universo, si sa, non spreca mai niente quindi l’altra mattina mi sono svegliata con la sensazione di avere qualcosa nell’occhio destro. Ho provato dolore tutto il giorno finché mi sono decisa e sono andata al pronto soccorso dove naturalmente non mi hanno trovato niente.

Quando sono tornata a casa, ho cominciato a pensare, era arrivato il momento di affrontare i segnali che il corpo mi aveva inviato. Cos’è che mi era rimasto strozzato in gola? Cos’è che non avevo avuto il coraggio di dire, di verbalizzare? Quale peso mi portavo appresso? Quella sera, di ritorno dall’ospedale, mi sono distesa sul divano e la mia mente è ritornata ai segnali del corpo: improvvisamente sulla spalla ho sentito come se avessi un peso, come se il mondo fosse tutto lì. Naturalmente so i pesi che mi porto appresso: i miei due figli adolescenti il cui unico riferimento sono solo io, mio padre a cui hanno appena diagnosticato un tumore, la sofferenza di mia madre per la situazione e non da ultimo, il mio lavoro sempre precario. Infine, ho pensato all’occhio: cosa non vuoi vedere, mi sono chiesta? E perché ti fa così male vederlo?

Beh, ho compreso che tutti questi tre segnali riguardavano la mia sfera lavorativa. Nella vita sono principalmente scrittrice, o meglio questo è quello che voglio essere, il mio dono è la scrittura, un dono che ho faticato tanto a tirare fuori, ad accettare e ad accoglierlo in me. Quando ero adolescente, a scuola mi era stato detto che non sapevo scrivere! Paradossalmente, ora scrivo libri e sono piuttosto brava. Ripensandoci, la verità stava nel mezzo: non ero bravissima a mettere su carta una frase che spaccasse o che facesse restare a bocca aperta per la correttezza e la precisione linguistica, ma il mio grande talento era l’immaginazione, prodigiosa era solita dire mia nonna materna. Un’immaginazione che mi faceva oltrepassare le soglie del tempo, del 3D per esplorare altri mondi, per andare oltre e vedere altro. Questa cosa non era capita a scuola e non lo era neanche nella mia famiglia. Figlia di un padre autoritario e patriarca, un uomo che si era fatto da solo, dirigente d’azienda, amministratore delegato e chi più ne ha più ne metta, sono cresciuta con la convinzione che il dolore non doveva essere guardato, che bisognava nasconderlo e rialzarsi immediatamente. Di qui il mio volere zittire il mio corpo! Ricordo che qualche anno fa, mio padre mi disse: “Tu cosa produci di utile per la società con i tuoi libri? Assolutamente niente!” Quelle parole, lo ammetto, all’epoca mi avevano devastata e per diverso tempo mi ero interrogata se non fosse nel giusto, se davvero con la mia scrittura mi trastullavo e basta e che non ci sarebbe stata alcuna differenza se avessi deciso di passare le mie giornate solo a crescere i miei figli e nel tempo libero pettinare le bambole, anziché scrivere. Il fatto che mio padre pensasse questo di me – ora non credo che sia ancora così – mi ha fatto capire che la prima a pensare quelle cose di me stessa ero io. Ho lavorato molto per sciogliere questo nodo e non dico di esserci riuscita completamente, ma sono a un buon punto.

Il problema all’occhio è stato il clou, la chiave di volta, il “codice di sblocco” come ama definirlo la mia socia e amica Noemi Fiorentino. Ho visto tutto, ho guardato in faccia quello che per me non funzionava nel lavoro e l’ho affrontato. Ho cominciato con chiudere un rapporto lavorativo che era attinenti ai miei libri e in particolare all’ultimo libro che ho scritto e che non riesce a vedere la luce per resistenze mie e della persona che ci stava lavorando. Ieri, dopo l’ennesimo procrastinare, ho finalmente messo un punto, una fine e mi sono assunta la responsabilità di aver speso soldi per un progetto che dovrò ricominciare con un’altra persona. Non è stato facile, non sono stata capita, mi sono sentita dire: “Pensavo tu fossi una persona diversa da quello che sei, ecc., ecc.” Quello che mi ha fatto decidere per la “fine” è stato: ok, mi hai promesso che l’avresti fatto e alla fine non l’hai fatto. Prometti, prometti e poi non mantieni mai!

Ieri la mia amica Claudia di Pasquale, al telefono, mentre le raccontavo queste cose, mi ha detto: “Tu cos’è che prometti e non mantieni mai? A chi prometti e non mantieni?” Ed ecco arrivarmi un’altra illuminazione: A ME STESSA! Prometto e non mantengo mai a me stessa di essere fedele a me stessa, a quella che sono! Trovo più facile adeguarmi agli altri, ai ritmi degli altri piuttosto che seguire le mie inclinazioni, le mie convinzioni, le mie aspettative e lo faccio per paura di perdere l’altro e soprattutto per paura di non valere abbastanza da essere in grado di farcela da sola.

Anche io e Noemi abbiamo dovuto confrontarci sul nostro lavoro, perché alle volte anche per noi non è sempre facile collaborare, abbiamo tempi e modi diversi di approcciarci alle diverse situazioni e questo è inevitabile porta del fastidio, della stizza e del malcontento. Ci siamo prese dei giorni di raccoglimento per pensare e valutare, e sono convinta che il silenzio ci abbia aiutato a capire e integrare quello che stava succedendo. Così questa mattina, Noemi, da buona stalker quale è, mi ha chiamata e mi ha parlato a cuore aperto e io con lei. A un certo punto, mi ha detto: “Io non sono mai riuscita a collaborare con nessuno, ma con te voglio fare il miracolo, perché credo in te, in noi e in quello che stiamo facendo”. Le sue parole mi hanno commosso perché anch’io faccio fatica a collaborare con gli altri, come ha ribadito Noemi, siamo due donne alfa e come tali tendiamo a essere assolutiste e individualiste, ma ho deciso che voglio starci in questa situazione, voglio vedere cosa e dove ci porterà, quindi grazie tesoro mio, Noemi, tu sei un dono nella mia vita, te l’ho sempre detto ma ora voglio ribadirtelo, tu sei il mio dono perché mi hai aperto non solo alla possibilità di poter utilizzare la mia scrittura in maniera diversa da come lo facevo e lo faccio, ma soprattutto a poter vivere della mia professione e a evolvermi nel mio percorso!” (Barbara Nalin)

Ed ecco che finisco di leggere e le parole di Barbara mi avvolgono, come sempre.

D’altronde, il periodo per noi tutti non è semplice. Il corpo ci parla da sempre, ma abbiamo preferito usarlo piuttosto che ascoltarlo e renderlo amico nostro. E perché ? Perché il corpo  è lento, è “noioso”, è quella parte di noi che deve rispettare delle maledette leggi (chiamate anche leggi della natura), ma no. Noi vogliamo capire le cose sempre in modo rapido, efficace, leggero e il corpo non parla questo linguaggio, o meglio, non quando lo ignoriamo.

E quindi, cosa ti sta dicendo il tuo corpo? Non farlo urlare, ascoltalo come se fossi una donna incinta che conosce perfettamente i movimenti interni a sè. E se sei uomo, cazzo, ascolta!

🙂

Con amore

Noemi Fiorentino Barbara Nalin

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