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Un racconto sul valore della Donna nella relazione

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Diana era una strega.

Passava le sue giornate a osservare la gente, sapendo ciò che la gente pensava, sotto i comuni pensieri.

Osservava la gente, ma non vedeva la gente. Lei vedeva il mare.

Il mare che la gente era.

Il mare che tutti noi siamo.

 

Tuttavia, una saggia maestra che le era stata accanto per molto tempo, anni prima, le aveva raccomandato di non dire sempre tutto ciò che vedeva a tutti, perché questo avrebbe creato malintesi tra lei e le persone.

Poiché spesso le persone stesse non sono a conoscenza di quello che veramente pensano, distratte da pensieri di cornice, allora non avrebbero creduto alle parole di Diana e avrebbero inveito contro di lei, mossi da rabbia e volontà di fuggire da quella verità che lei portava.

Lei portava la verità. Ma non erano tutti pronti per vederla, poiché la verità ha bisogno di accoglienza e di un processo di accettazione delle proprie bugie. E questo non sempre era lineare e immediato per tutti.

Quindi, un giorno in particolare, Diana osservava e non parlava. Le sembrava tutto troppo importante perché venisse spiegato. Si incastrava nel suo silenzio e non rivolgeva la parola a nessuno, ma non era chiusa. Chiunque l’avesse voluta raggiungere, avrebbe potuto avvicinarsi e, se fosse stato realmente mosso dall’intenzione di sapere chi fosse o come stesse, lei avrebbe condiviso volentieri quattro chiacchiere.

Tuttavia, sembrava, nessuno si avvicinava.

Molti, a loro volta, la guardavano, ma fugacemente. Quel giorno Diana aveva qualcosa di potente intorno. Si percepiva che non era semplice avere a che fare con lei. Si percepiva che chiedeva di più. Lei oggi voleva di più.

Di più non arrivava.

Diana comunque rimaneva. Aveva smesso anche di osservare la gente. Stava solo ascoltando il mare.

Le persone credevano lei non facesse nulla.

Ma lei ascoltava il mare. Quello a cui nessuno stava prestando attenzione.

 

“Mi racconteresti cosa stai vedendo, mentre non guardi nulla di particolare?” Le disse all’improvviso un ragazzo che, tra tutti si era avvicinato a lei per parlarle.

Diana sorrise. “Volentieri” disse.

“E’ un po’ che ti osservo. Mi sei sembrata indaffarata, sebbene tu non stessi facendo niente”

“In effetti sono stata piuttosto indaffarata. Questo ti ha frenato dall’avvicinarti a me?”

“Solo all’inizio. Mi sembrava di disturbarti.”

“E cosa ti ha fatto scegliere di disturbarmi?”

“La sensazione che tu saresti stata felice se io fossi venuto a parlarti”

 

Ancora, Diana sorrise. “In effetti, sono molto felice”

 

Il ragazzo si chiamava Artù. Nessun riferimento al Re, ma aveva un nome insolito. I due iniziarono a passeggiare e raccontarsi, confidandosi quello che avevano vissuto fino a quel giorno, prima di incontrarsi.

Lui aveva sentito il peso di quel nome. Gli altri si aspettavano che compisse grandi opere. Sbuffava un po’ mentre raccontava. Lei lo ascoltava incuriosita.

“E alla fine cosa hai compiuto?” gli chiese

“Proprio niente di quello che avrei voluto”

“Come mai?”

“Perché non volevo che gli altri si appropriassero di qualcosa di mio”.

 

Diana aveva compreso quello che Artù diceva. L’aspettativa degli altri avrebbe sottoposto ogni azione di Artù a giudizio e monitoraggio. E a lui non andava di essere osservato mentre svolgeva ciò che era, innanzitutto, qualcosa solo di suo. Così, piuttosto, non avevo svolto nulla di cosi importante, così almeno se avessero giudicato qualcosa di poco valore per lui, sarebbe stato più in grado di sostenerne il peso.

 

“Posso farti una domanda?” chiese Diana

Prima di rispondere, Artù fece una pausa per guardarla. Quella donna era cosi bella e misteriosa che lui aveva ben intuito che essersi avvicinato a lei gli avrebbe chiesto di affidarsi nelle mani di qualcosa di più grande di entrambi.

“Attraverso di te, parla l’anima” le disse lui.

Diana, in silenzio, lo guardava.

“Deve essere stato un fardello molto grande da portare da sola. L’anima, intendo” continuò lui

Diana non parlava.

“Hai gli occhi stanchi, ma la pelle giovane. Cosa chiedi in cambio per toccare la tua pelle?”

Gli occhi di Diana si illuminarono. “Chiedo di condividere l’anima”

Artù la guardò. Iniziava a immaginare la sensazione di passare le dita sul suo corpo. Ma qualcosa lo frenava.

Diana gli rivolse le spalle. Stette ferma in quella posizione. Artù guardava la donna girata. Comprese la differenza tra ciò che gli veniva trasmesso attraverso gli occhi e ciò che non passava quando non si guardavano.

Il suo tentennare di fronte alla completezza si era riflesso nel lato coperto della luna. Per un attimo, si era sentito vacillare. Senza corpo. Eppure sapeva che se voleva rivedere i suoi occhi,  avrebbe dovuto fare qualcosa. Questa volta non c’erano giudizi indiscreti a guardare, c’era solo lui con la sua paura di scoprire se stesso e di integrarsi.

Diana aveva un mantello, poggiato sul corpo. Lui iniziò appoggiando una mano su quello. Aveva la sensazione che, nel toccarla, l’avrebbe quasi disintegrata. Si era abituato a percepire che, nel momento in cui si avvicinava a qualcosa che desiderava profondamente, la distruggeva.

Respirò a lungo. Diana era ancora lì. O almeno cosi sembrava. Lui aveva ancora paura che il suo viso si fosse modificato, che di lei fosse rimasto solo il corpo e che la promessa dell’anima non sarebbe mai stata mantenuta.

Tuttavia, non poteva fare altro che continuare. Iniziò a divenire molto sensibile e si alzò il vento. Molto forte.

Lui continuò. Non mise in dubbio di smettere. Anche perché non c’era nessuna alternativa che non fosse continuare.

Le appoggiò entrambe le mani sul mantello e lentamente, glielo tolse dalle spalle.

Il corpo di Diana era adesso visibile nella sua essenzialità e nudità. L’aveva spogliata, ma non le aveva ancora toccato la pelle.

Diana si girò verso di lui, guardandolo negli occhi.

In quel momento non ci fu più nessun dubbio. Entrambi si avvicinarono per baciarsi e passare le dita l’uno sul corpo dell’altro.

Il vento non esisteva più, il mare non esisteva più, il sole non esisteva più. Ma l’anima si era riunita al corpo. E tutto esisteva nel medesimo frangente.

In un bacio che era eternità e promessa. Firma, presenza, accordo.

 

Il piano terreno richiamò indietro gli amanti e Artù e Diana si ritrovarono a staccarsi dolcemente da quel bacio. Sorrisero entrambi e lui le chiese:

“Cosa volevi domandarmi prima?”

“Se fossi guardato con amore e non con giudizio, potresti realizzare tutte le opere che desideri compiere?”

Artù sorrise e rispose subito: “Si, ho già iniziato. E l’ho fatto grazie a te che, prima di ogni garanzia, hai iniziato ad amarmi”

 

Noemi Fiorentino

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